TEMA | BANDO DI RESIDENZA  2020



Il teatro invisibile dell’ospitalità


 

    di Lori Adragna e Valeria Valenza

 

Il teatro invisibile dell’ospitalità

 

I fenomeni contemporanei di attraversamento delle frontiere legati alla cosiddetta "globalizzazione", a emigrazioni fisiologiche, a movimenti di profughi, quando non a vere e proprie deportazioni etniche, ci inducono ad una riflessione sullo stato di fatto delle democrazie occidentali e sulle politiche dell'ospitalità. La conseguente crisi di identità, credenze, economie, stili di vita … impone la necessità di ripensare alle fondamenta del nostro convivere.

Ecco allora che parafrasando la tesi decostruzionista del filosofo Jacques Derrida, possiamo ridisegnare i contorni di una geografia della coesistenza, per ri-discutere quel particolarissimo rapporto che ci lega al mondo, inteso non come costruzione dell’Io, ma al contrario, come qualcosa che viene incontro all’uomo, sorprendendolo con la sua alterità.

Aprirsi all’accoglienza affinché accada l’incontro col mondo, è la cultura stessa dell'etica e non un’etica fra le altre, poiché riguarda l’ethos, cioè "la dimora, l’esser presso di sé, il modo di esserci, di rapportarsi a sé e agli altri"*.

L’altro ci contamina costantemente e rende evanescenti i margini e le barriere che l’inconscio erige a difesa della nostra identità. Solo decostruendo il proprio Io, accettando di porsi quale ostaggio nel magico momento dell’incontro, si realizza la genesi del soggetto, della sopravvivenza, della tradizione. Se infatti l’ospite (paradossalmente il termine hostis accomuna già nella radice linguistica colui che è ospite e colui che è nemico) entra in un mondo estraneo che non gli appartiene, colui che ospita deve, per l’universale legge dell’ospitalità, accogliere l’altro e farlo sentire a casa propria. Questa elaborazione, definita dal filosofo teatro invisibile dell’ospitalità, presenta certe analogie con l'esecuzione artistica: attraverso di essa possono aprirsi varchi lasciando intravedere ciò che verrà dopo il compimento della nostra epoca.

È nel porsi continue domande su sé stesso, sulla propria alterità e sul proprio futuro, che si gioca il fondamento della “democrazia a venire” di cui parla Derrida. Visione di una politica forse 'impossibile', ma portatrice di speranza, che può prefigurare il 'vivere insieme' di esseri di qualunque etnia, genere, specie là dove non ancora definiti dalla loro condizione di 'soggetti' giuridici. “Ciò non comporta una depoliticizzazione, ma esige un'altra e una diversa messa in opera dei concetti di 'politica' e di 'mondo". **                                                                                                          

*Jacques Derrida, Cosmopoliti di tutti i paesi, ancora uno sforzo!, 1997, Cronopio, Napoli

**Jacques Derrida, Autoimmunità, Suicidi reali e simbolici. Un dialogo con Jacques Derrida in G. Borradori, Dialoghi con Jurgen Habermas e Jacques Derrida, 2003 Laterza, Roma-

 

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